Diario di vita

Un bicchiere di vino con gli amici

Sono seduta per terra, circondata da libri e ricordi. Mi sono versata un bicchiere di vino, nel calice bello così mi sento un po’ più come in un film americano piuttosto che in un mare di pensieri. Percorro con la mente le serate libere, quelle prima del Covid. Uscivamo tardi, senza preoccuparci dell’orario, pensando solo alla serata che ci aspettava. Ci si immergeva nella folla della piazza alla ricerca degli amici che già aspettavano davanti al solito locale. I saluti non erano concitati, non passava mai troppo tempo tra un’uscita e un’altra. Quelli di adesso, al contrario, sembrano voler urlare “mi sei mancato”, “finalmente siamo di nuovo insieme”, “divertiamoci come non facciamo da anni”. 

Si finiva la sigaretta che era già a metà, un po’ in fretta, per poterci mettere in coda il prima possibile. Le persone erano davvero tante ed era bello così. Quello che volevamo era solo un bicchiere di vino con gli amici. Non facevamo i raffinati, non c’erano né calici né nomi altisonanti, c’era solo un vino economico e un bicchiere sbeccato. C’erano le macchie sulle scarpe perché uscendo dal locale te ne versavi sempre un po’ addosso. C’era il rumore che ti spingeva ad urlare, l’aria fresca che faceva un po’ lacrimare.

Se eravamo fortunati trovavamo un tavolo a cui sederci, altrimenti ci accomodavamo per terra, rovesciando un altro po’ del vino che tenevamo in mano. Non ci importava però, perché il bicchiere era solo un pretesto. Sembrava che ci dovesse essere un motivo per vedersi, come se ammettere di voler stare con gli amici e basta non fosse abbastanza. Allora ecco la scusa, “usciamo per bere qualcosa insieme”. In realtà, però, del vino ci importava poco, delle scarpe macchiate pure.
Il primo sorso lo facevamo in contemporanea, era un modo per dire “okay, la nostra serata può iniziare. Raccontiamoci tutto”. Ci leccavamo le labbra assaporando il frizzantino e chiedendoci perché, ogni volta, prendevamo quel vino così triste. Chi fumava, a quel punto, tirava fuori una sigaretta e l’accendeva. Con le mani impegnate dai gesti, ci si portava alla bocca un racconto e poi un altro, riempiendo con le parole i vuoti che si creavano tra un movimento e l’altro. 

Era tutto così semplice. 

Ad un certo punto della serata, iniziava a girarti un po’ la testa. Non si sa se era il vino, se era la folla che aumentava nella piazza o se erano le confidenze. Eri ubriaco di amici, di semplice felicità.
Durante queste serate potevi conoscere tantissime persone, meteore che rimanevano nel cuore, numeri di cellulari memorizzati e mai chiamati, ricordi degni di vere amicizie che però nascevano e finivano in poche ore. Ne ricordo una in particolare, beveva lo stesso vino che bevevo io; lo so perché avevo visto la sua espressione al primo sorso. Non fu quello però a farci sentire affini. Furono il modo di ridere, la passione per l’arte, lo saper stare agli scherzi. Fu che avevamo gli occhi profondi e le scarpe un po’ macchiate. Fu che, da quando iniziammo a parlare, non prendemmo più da bere; alle labbra portavamo solo sorrisi.

Un consiglio, una confidenza, un abbraccio, un semplice discorso scemo, una risata senza senso. Un gesto gentile che non ti aspetti. Fosse stato per noi, le ore potevano trascorrere all’infinito. 

La promessa di bere qualcosa insieme la settimana dopo, si è persa con la folla e con il lockdown. Sembravano momenti poco importanti ma quella piazza e quel bicchiere scheggiato erano speciali e noi, tutti noi, abbiamo ancora bisogno di queste piccole magie. Abbiamo tutti bisogno di un bicchiere di vino con gli amici, seduti per terra, senza badare alle macchie, all’orologio, alle parole. Abbiamo bisogno di un vino triste di cui non ci importa nulla perché è solo un pretesto per uscire anche senza un valido motivo.

2 commenti

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *