solitudine
Diario della quarantena,  Informazione

Lettera aperta rivolta a chi non ha capito niente

Si pensa tanto agli anziani che vivono da soli in queste settimane difficili. Certo, per loro è davvero dura, non lo voglio negare. Penso a mia nonna, che patisce il non poter andare in piazza sotto casa a far due parole con gli amici. Anche il non poter andare in farmacia per “quel dolorino al ginocchio” rende questi giorni più faticosi. Però diciamocela tutta, un anziano che già normalmente non ha una vita sociale particolarmente attiva, non ha un lavoro e non ha impegni fuori casa, non ha dovuto cambiare così tanto le proprie abitudini.
Non voglio sminuire le paure e il malessere di un anziano, che sicuramente sono grandi in quanto si sente parte di una categoria debole e fortemente colpita, ma perché nessuno parla invece di tutti quei giovani che si sono trovati ad affrontare questa emergenza da soli?

Essere giovani non vuol dire essere più forti, più allegri e più spensierati degli altri.

Essere giovani e soli in casa al tempo del coronavirus vuol dire che da un giorno all’altro la tua vita è cambiata dal bianco al nero, come per tutti del resto.
Prima si usciva spesso con gli amici, si coltivavano degli hobby, si frequentavano le lezioni, si svolgeva un lavoro che occupava gran parte del tempo, una relazione magari, una famiglia da cui tornare per degli abbracci.
Chi è giovane e vive da solo, oggi, ha interrotto tutto questo già da un mese, e se volge gli occhi al futuro vede davanti a sé ancora lunghe settimane di solitudine.

Non sono cent’anni, ma in alcuni momenti è come se lo fossero.

Certo, ci sono quei giorni bellissimi in cui il sole fuori dalla finestra mette il buon umore e la voglia di fare.
Prima una lavatrice, poi pulisci (di nuovo) i mobili della cucina, prepari una torta, un’oretta di ginnastica, il tuo libro preferito, un film nuovo, la videochiamata con gli amici, un po’ di bricolage improvvisato, l’uncinetto, il disegno, la scrittura, lo yoga, un puzzle, ti coccoli a cena con del buon vino e così in un attimo la giornata è stata riempita dai gesti e svuotata dai pensieri.
Ma dopo questi giorni spesso si succedono “i giorni no”, quelli in cui sei ugualmente rinchiuso, ma al contrario dei “giorni sì” non riesci a far evadere la mente. Quei giorni in cui ti chiedi perché dovresti metterti i jeans invece che rimanere in pigiama, perché dovresti cucinare per davvero se tanto ci sei solo tu e finisci il piatto in dieci minuti. Le giornate si assomigliano tanto e capisci di essere arrivato al weekend solo perché tutti sui social postano le loro pizze fatte in casa.

Sono quei giorni che è giusto accettare, ma che pesano negli occhi stanchi.

Quei giorni dove sentirsi dire “mi manchi” è come ricevere una carezza e mille lame, dove una chiamata ti fa sentire più solo di prima e non vorresti nemmeno rispondere, come una medicina che non vuoi mandare giù ma che sai ti fa stare un po’ meglio.
Ma parlarne non basta, uno schermo non serve a niente se sei in carestia di carezze e abbracci, di sguardi veri e non filtrati, di compagnia.
È difficile sorridere ad uno schermo, nei “giorni no”.

“Dai su, quando c’era la guerra ai giovani veniva chiesto di combattere, ora vi viene solo chiesto di stare sul divano”. Quante volte lo abbiamo letto su social, in questi giorni. È vero, verissimo, nessuno dice che siamo più sfortunati dei nostri nonni e bisnonni, ci mancherebbe.
Ma bisogna tenere conto che quando la trincea è la propria mente è facile essere colpiti da una bomba emozionale. È così che per qualcuno quel divano rischia di diventare una fossa.
Sono in tanti i giovani che vivono da soli. Indipendenti di natura, coraggiosi per necessità.
Ma non è facile affrontare tutto questo, concedeteglielo senza sminuirli,e non ne parliamo più.

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