Piano piano mi sembra già di tornare alla normalità.
Molti di noi possono riprendere alcune attività lasciate in sospeso già da due mesi, altri finalmente possono rivedere la famiglia.
Forse la mia mente si muove velocemente, ma oggi sono proiettata nel futuro e provo di nuovo un’irrefrenabile voglia di fare, di costruire.
So però che non per tutti è così.
Mettersi sulla linea della partenza non è facile, non è qualcosa che dopo due mesi possiamo fare in automatico. Ci sono tanti pensieri, il pericolo è ancora alto.
Qualcuno fa più fatica degli altri, si è adattato alla condizione che ha vissuto in queste ultime settimane e non riesce a trovare l’entusiasmo necessario per riprendere la propria vita. È rimasto nascosto sotto la paura che lo pervade prepotente, è accucciato dietro al disagio perenne di abbandonare un modo di vivere che ormai è diventato comodo.

Due mesi fa nel giro di pochi giorni sono cambiate tutte le regole che abbiamo sempre seguito e un altro cambiamento per alcuni diventa una scalata insopportabile.
Cerco di immaginare cosa possano provare queste persone; credo si sentano spaesate e un po’ sconfitte perché non riescono più a fare ciò che prima era normale.
Uscire è una fatica psicologica, un pericolo.
Ricordo che mi era successa una cosa simile quando, a causa di un incidente, sono stata costretta a casa per parecchie settimane.
La strada era un luogo pericoloso, spesso scoppiavo a piangere in preda alla paura e volevo solo stare a casa dove mi sentivo protetta e accudita.
Ecco allora che la prigione diventa rifugio, un luogo sicuro dove rintanarsi. Perché abbandonarlo se il pericolo non è ancora terminato?
Questa è la sindrome della capanna, il rifiuto di tornare ad uscire per evitare la sofferenza e lo stress.
Colpisce i prigionieri, colpisce anche molti di noi costretti a casa per il virus.
La capanna diventa un stile di vita, rilassato, facile. La nuova realtà che troviamo fuori colpisce come uno schiaffo, è difficile, è terribile. I negozi chiusi, le strade meno affollate, mascherine e guanti ovunque. Sembra uno scenario post apocalittico, ci impressiona.
Ed ecco che per alcuni rimanere in questo letargo diventa la soluzione migliore.
Bisogna però farsi forza, avere coraggio, combattere anche contro nei stessi.
Dobbiamo tornare a ricordare che la nostra vita è composta sì dalla nostra capanna, ma anche dal prato che la circonda.

Come dice sempre mio papà, coraggio. È questa la chiave per potercela fare, per poter uscire. E credetemi, dentro di noi ce l’abbiamo già tutti.

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