Quando ero sul treno per tornare a casa, dopo essermi vista col fidanzato, pensavo sarei stata parecchio triste nel varcare la mia porta. Si è trattato di un ritorno volontario in gabbia, un obbligo a rinchiudermi di nuovo chissà per quanto.
Mano a mano che il treno macinava troppo velocemente i pochi chilometri, sentivo salire la malinconia e volevo tornare indietro.
Lui abita in mezzo alla natura e la delusione nel vedere avvicinarsi la città è stata inversamente proporzionale alla felicità provata invece durante il viaggio di andata. Come una bambina ho osservato fuori dai finestrini tutte quelle montagne e tutti i campi verdi con la stessa adrenalina di chi vede per la prima volta un paesaggio mozzafiato. Senza rendermene conto sorridevo davanti a quello spettacolo meraviglioso che una volta davo quasi per scontato.
Durante il rientro invece ho pensato per tutto il tempo a quando sarà la prossima volta che potrò ritornare lì, tra quei monti e quel verde.
La mente durante il tragitto è rimasta ancorata lì, su quelle montagne.
In tutto questo la mascherina di certo non mi ha aiutata, ha accentuato anzi il senso di soffocamento e di mancanza d’aria che purtroppo la città fa sentire.
Ho sperato in un nuovo viaggio nel giro di pochi giorni, ma purtroppo in queste settimane ho ben capito che è impossibile fare troppe previsioni.

È stato invece piacevole scoprirmi perfettamente a mio agio e serena, una volta vista casa mia. La sensazione è stata quella che si prova alla fine di una vacanza; da un lato infatti c’era già la malinconia delle ore passate all’aria aperta, della persona che amo, del divertimento semplice e leggero.
Dall’altro invece c’è stato il benessere di ritrovare i propri spazi, la propria quotidianità, gli oggetti familiari.
Sono stata accolta tra queste pareti gialle e sono stata felice, proprio come dovrebbe essere normalmente un rientro a casa propria.
Lo stupore che mi ha colpita quando ho provato questo benessere mi ha fatto capire quanto sia sbagliata la visione che adesso ho delle cose.
Devo ancora rendermi conto che casa mia non è una gabbia, non lo è mai stata. Questa situazione mi ha portata ad avere questo pensiero distorto, dopo due mesi di solitudine ho provato tanto odio per quella che in realtà è semplicemente il mio rifugio più sicuro.

Non sento quasi più il peso tremendo di questi due mesi. Non posso certamente dire di averli dimenticati ma sono diventati come un ricordo già lontano. È come quando ti svegli la mattina e non ti rendi conto del tempo trascorso a dormire, quando potrebbero essere pochi minuti e invece sono parecchie ore.
Vivendoli mi sono sembrati infiniti, ma riguardandoli adesso li ricordo come qualcosa passato velocemente. Tutte le ore annoiate davanti alla finestra, le lacrime, i pensieri che ho avuto, i giorni no ora sono tutti sbiaditi. Mi sembra di non averli vissuti in prima persona ma di averli osservati da lontano.
Spero rimangano solo una piccola parentesi della vita, che non ci sia più un tempo sospeso come quello appena passato.
Vorrei avere ancora tante occasioni per poter rientrare nel mio rifugio ed esserne felice.

(Vi regalo lo scorcio che vedo quanto torno a casa. Si nota che ho bisogno di avere un po’ di verde con me?)

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