Racconto

Il vaso con dentro il mare

Esiste un paesino lontano dove gli abitanti non hanno mai visto il mare. Lo so, sembra assurdo ma una volta, durante uno strano viaggio, ci capitai per sbaglio.

Quando arrivai mi sedetti su una panchina in una piazza rotonda affollata di bambini che giocavano.
Mentre distratta rincorrevo con lo sguardo il loro pallone, una voce rauca mi chiese:

“Da dove vieni?”.

Girandomi trovai un signore anziano che si era seduto accanto a me, con il volto nascosto da un grande cappello calato sugli occhi.
“Da Genova” risposi orgogliosa.
“Genova? E dove sta?” mi chiese stupito.
“In una lingua di terra incastrata tra il mare e le montagne” lo informai, iniziando ad avere una certa curiosità verso quel personaggio così strano.

“Il mare?” mi chiese un altro signore che passava da lì e si era fermato ad ascoltare i nostri discorsi.

Mi girai incredula, forse mi stava sfuggendo qualcosa.
Ecco, è allora che mi sono accorta che tutte le persone che erano in piazza, anche i bambini, si erano fermate a guardarmi. C’era un particolare molto strano, nei loro occhi mancava un certo tipo di luce tipico di chi ha visto, almeno una volta nella vita, le onde infrangersi sugli scogli.

“Non sapete cosa sia il mare?” Si guardarono tra di loro, qualcuno si sedette lì vicino, qualcuno ridacchiò pensando che stessi inventando qualcosa.

“Il mare è dove finiscono i fiumi”.
Continuavano a bisbigliare tra di loro, guardandosi freneticamente. Forse non capivano la mia lingua.
“Immaginate una distesa enorme di acqua salata, ma davvero enorme. Così grande che non si vede dall’altra parte, così immensa che dentro c’è un altro mondo con creature meravigliose” iniziai a raccontare.

Una donna un po’ in carne si alzò di scatto, aveva le guance rosse e le labbra sottili.
“Cosa vai blaterando?” mi interruppe. “Non esiste nulla del genere” e furiosa andò a recuperare un bambino che mi stava vicino, lo prese per mano e lo trascinò via.
Altre due o tre mamme fecero lo stesso, borbottando qualcosa sulla mia pazzia.
Una ragazza più o meno della mia età invece mi invitò a continuare, le piacevano le storie.
“Ci si può entrare, dentro il mare, ma non puoi respirare quindi ci puoi stare poco. È tutto blu, in alcuni punti diventa verde chiaro, in altri il blu è talmente buio da sembrare nero. Si muove in continuazione, è vivo e ha un suo carattere. A volte si arrabbia, altre volte ti abbraccia”.
“Chi ci vive?” mi chiese una bambina curiosa, con gli angoli della bocca sporchi di cioccolato.

“Degli animali che hanno tante braccia” risposi pensando ai polpi “oppure che hanno la pelle d’argento” immaginando le acciughe. “Ce ne sono davvero tantissimi, tutti diversi, tutti bellissimi”.

Rimasero in silenzio qualche secondo. Ero sicura di averli colpiti. Invece qualcuno iniziò a ridere fragorosamente, anzi a deridermi.

“Tu sei tutta matta” affermò un signore indicandomi.

Lo guardai torva, come si permetteva? Erano loro i matti, a non sapere niente del mare.

Mi alzai e me ne andai di corsa, offesa.
Impiegai circa quattro giorni e tre notti ma finalmente arrivai a casa, presi un vaso bello grande, di quelli per le marmellate e andai subito nella mia spiaggia preferita, quella con i sassi rotondi e con una barca azzurra che sembra stare lì a dormire.
Presi un pezzetto di mare, piccolo piccolo, chiedendogli il permesso ovviamente.
Lui mi regalò un piccolo corallo, dei pesciolini minuscoli ma anche un delfino in miniatura. Le onde erano calme ma si infrangevano in quei piccoli scogli, come se li dentro ci fosse anche il vento. Gli chiesi se poteva lasciarmi anche un polpo, una barchetta, una stella marina e uno squalo. Contrattammo un po’, alla fine il mare decise di darmi tutto tranne lo squalo perché era troppo pericoloso. “Un granchio allora?” gli chiesi. “Granchio sia” e all’improvviso lo vidi spuntare tra i minuscoli scogli, un po’ timido.

Misi il vaso nello zaino, decisa a far vedere a quelle strane persone che cosa fosse il mare.

Dopo altri quattro giorni e altre tre notti finalmente arrivai di nuovo in quel paesino.

Tornai nella piazza e vidi il vecchio col cappello seduto sulla panchina. Mi sorrise e mi fece spazio per farmi sedere.
“Ho portato il mare” annunciai “così tutti mi crederanno”. Aprii in fretta lo zaino, presi il barattolo e feci per tirarlo fuori. Il vecchio posò una mano sulla mia, fermando il mio gesto. Alzando la testa spostò un po’ il cappello e per la prima volta ci guardammo. Rimasi senza parole, mi accorsi solo in quel momento che lui non era come gli altri. Negli occhi aveva come me la luce del mare.

“Il mare è un tesoro bellissimo ma non è per tutti. È un segreto che capirai con il tempo” mi disse sorridendo ancora una volta.

In quel momento non capii, rimasi però affascinata da quelle parole.

Lo ringraziai, mi alzai e me ne andai. Quella volta impiegai sei giorni e cinque notti perché avevo il passo lento di chi medita. Arrivata, restituii al mare ciò che mi aveva dato, a me non serviva tenerlo in un vaso. Salutai il piccolo polpo e il granchietto, le onde tornarono grandi grandi e i pesciolini saltarono via allegri.

Rimasi seduta su quella spiaggia a lungo, fino a notte fonda. La luna faceva brillare l’acqua calma, il suono dolce delle onde cullava la mia mente.

Da quel giorno torno spesso, tutte le volte che posso. Mi piace parlare con il mare, giocare con le onde saltando con i piedi nell’acqua, a volte mi immergo e vado a trovare chi abita lì sotto.


So che un giorno mi racconteranno il loro segreto, è solo una questione di tempo.

(Il libro nella foto è “Storie vero ero un mondo immaginario” di Dario Vergassola, edito da Baldini & Castoldi e illustrato da Mattia Simeoni)

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