Diario della quarantena,  Racconto

Il pozzo

In un paesino qui vicino viveva in una casa un po’ isolata un ometto coi capelli bianchi e sempre arruffati. Era magrolino ma con un naso proprio evidente, bello grande e a patata, tant’è che lo chiamavano tutti “u nappia”, il nasone. Se ne stava sempre in disparte, ma quando ti salutava lo faceva con quegli occhi vispi e di un nero profondo che si diceva fossero una caratteristica di famiglia. Peccato che, a quanto pare, nessuno avesse mai conosciuto un suo parente.
Non si sapeva da dove fosse arrivato, nessuno aveva memoria di quella casa vuota e neanche del momento del suo arrivo.
Così un giorno decisi di provare a risolvere il mistero. In fin dei conti non era una persona scorbutica, secondo me non parlava perché nessuno gli faceva mai delle domande.
Ho radunato due miei amici di avventure, un bambino della mia età che solitamente passava il tempo libero attaccato al pianoforte e una ragazzina più grande e dai capelli ricci e scuri.
“Oggi andiamo dal nasone” dissi loro con tono solenne “e gli chiediamo da dove arriva”.
“Sei sicura sia una buona idea?” mi chiese la ragazzina. Essendo più grande tendeva ad essere la più giudiziosa ma di certo non ci avrebbe lasciati soli.
Infatti dopo poco partimmo tutti insieme, con le nostre borracce e dei panini con la marmellata.
In realtà c’era solo un’oretta di cammino, ma l’attrezzatura rendeva tutto più avventuroso.
Dopo aver raggiunto il paesino entrammo dentro il bosco grazie ad un sentiero che si arrampicava per la montagna, tra i castagni e le impronte dei cinghiali.
Dopo poco lo trovammo seduto su una pietra a contemplare, apparentemente, gli alberi davanti a lui.
Ci salutò col suo sguardo allegro e pensandoci solo di passaggio tornò a guardare il vuoto.
Impiegò qualche secondo ad accorgersi che lo stavamo guardando, un po’ intimoriti, ma non disse una parola. Ci piantò gli occhi addosso, incuriosito e stupito.
Il mio amico mi spinse in avanti, come per dire che dovevo fare qualcosa.
Allora mi avvicinai ancora un poco e con tutto il coraggio che potevo radunare gli dissi un bel “Buongiorno” tremolante.
Lui fece un cenno con la testa e rimase a fissarci.
“Signore” proseguii poco convinta “volevamo sapere da quanto vivi qui”.
Lui rimase completamente immobile per diversi secondi, forse minuti. Non batté nemmeno le palpebre. “Ci hanno detto che un giorno è arrivato dal paese in fondo alla valle qui dietro” inventò la mia amica. “Volevamo sapere com’è fatto”.
Rimase fermo ancora per un po’, poi di scatto si alzò e facendoci segno di seguirlo si diresse verso casa sua.
Andammo nel prato che si trovava lì dietro e tra gli alberi e i cespugli ci mostrò un pozzo.
Rimase a guardarlo con quegli occhi vivaci che aveva quando salutava le persone, ci fece un cenno e se ne andò.
Confusi decidemmo di guardare dentro il buco ma non si vedeva nulla. Era parecchio profondo e buio.
Presi una pietra e, come mi aveva insegnato una volta mio papà, la gettai nel pozzo per sentire quando avrebbe fatto rumore e capirne quindi la profondità. Non bastò, perciò ripetemmo quell’esperimento in un silenzio quasi religioso. Sentimmo un flebile tonfo, molto molto lontano.
Quella situazione era talmente surreale che ci spaventammo e iniziammo a correre per allontanarci il più velocemente possibile. Giunti di nuovo in paese ci fermammo a prendere fiato e scoppiammo a ridere di quel matto col nasone.
Ritornammo ognuno a casa propria, insoddisfatti delle nostra avventura che non ci aveva fatto scoprire nulla.
Qualche anno più tardi quel vecchietto piccolino sparì nel nulla, un po’ come era arrivato. Ancora adesso se ne parla, raccontiamo ai più piccoli di quel naso troppo grosso per quel volto e di quel modo gentile e silenzioso di salutare.
Del pozzo, però, non dicemmo mai nulla a nessuno.

Da grande decisi di tornare a cercarlo, questa volta da sola. Forse nella solitudine avrei capito qualcosa in più su quel vecchino sempre solo.
Ci arrivai in poco tempo ma ammetto di non aver trovato subito la casa, ormai mangiata dai rovi.
Per fortuna invece il pozzo era rimasto intatto e mi potei avvicinare senza troppe difficoltà.
Ci guardai dentro e, come tanti anni prima, non ne capii la profondità. Presi una pietra e per la terza volta la gettai dentro, trattenendo il fiato. Sentii in lontananza un rumore ovattato.
Scrutai quel buco nero e mi sentii scrutata a mia volta. Sembrava un occhio scuro molto profondo, vispo e sorridente.
“Un po’ come gli occhi del nasone” pensai tra me e me sorridendo.
Ad un certo punto la mia attenzione fu catturata dalla pietra alla base dell’apertura. Sotto al muschio se ne stava un’incisione, ormai difficile da leggere.
Impiegai un po’ di tempo ma infine riuscii a decifrare quella scritta.
Rimasi a bocca aperta, non potevo credere ai miei occhi. Il nasone una risposta ce l’aveva data eccome.
Tornai indietro in silenzio, meditabonda.
Continuavo a ripetermi quelle frasi per non dimenticarle.
Arrivata a casa corsi nella mia stanza, presi un quaderno e trascrissi quello che era inciso sopra al pozzo:
“L’essere umano è come un pozzo profondo, non puoi vedere dentro di lui con una parola o con un sasso. Solo col silenzio, con gli occhi e col rispetto potrai calarti e conoscere i suoi segreti”.

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