Diario di vita

Il museo dei ricordi

Scusatemi se sono poco presente. Il trasloco mi sta riempiendo la casa di scatoloni e le giornate di pensieri. Ci sono così tante cose da organizzare e altrettante a cui pensare che mi sembra di perdermi. Casa mia, un piccolo monolocale, è diventata un intricato labirinto da cui non vedo l’ora di uscire.
Molti oggetti me li porto dietro da quando ero a Genova, alcuni sono stati raccolti nel tempo qui a Torino. Non riesco a separarmene perché ognuno di loro rappresenta un ricordo.
Un giorno vi parlerò delle case della mia infanzia, per loro ci vuole tutta l’attenzione che si meritano e ve ne parlerò con calma.

Per adesso voglio raccontarvi di quelle che ho attraversato qui a Torino, un po’ come un fantasma che cerca di trovare il suo posto in un mondo che non gli appartiene.

Della prima casa ho un cartello dei “lavori in corso” che riporta la data 01/12/2011 e la firma di una mia cara amica. Era passato un mese dal mio trasferimento e i lavori in corso rappresentavano l’inizio della mia vita a Torino, dell’università, delle nuove amicizie.
Della seconda ho un comodino; io e la mia compagna di stanza, la ragazza del racconto sul caffè, ne avevamo presi due uguali. Le maniglie sono decorate in ottone e provengono da un altro mobile della mia amica. Pesa tantissimo, è scomodo perché i cassetti si incastrano ed è brutto e rovinato ma senza di lui mi sembrava che la mia stanza non fosse al completo. Per me rappresenta un luogo privato, solo mio, piccolo e intimo dove mettere il libro che sto leggendo, il mio diario, i pensieri dell’insonnia.
Della terza invece ho un quadro sui toni del giallo, preso ad un mercatino. Ha la cornice in sughero e vi è rappresentata una donna. Ha i tratti disegnati a matita e lo sguardo perso nel vuoto; ho passato tanto tempo ad osservarlo, mentre stavo in camera mia a pensare. Mi racconta di un’età adulta che è arrivata e che non è grigia come potevo pensare.

Da quando sono a Torino ho cambiato tante case. Capita quando si è studenti perché per un motivo o per un altro ci si sposta spesso. Questa dove sono ora invece doveva essere la mia casetta definitiva, almeno per un po’.
Un piccolo monolocale tutto per me, l’affitto da pagare con i miei primi stipendi, una tana dove rifugiarmi per sentirmi al sicuro.
I cambiamenti però sono spesso imprevedibili e, dopo nemmeno un anno e nel giro di pochi giorni è arrivato il momento di iniziare una nuova avventura. Ammetto che lo considero un po’ un salto nel vuoto perché subito dopo questa decisione è iniziata la pandemia; siamo in un periodo così delicato e, diciamocelo, un po’ nero quindi non posso che pensare che sarà dura.

Io non amo improvvisare quando si tratta di argomenti così importanti, per me deve essere tutto programmato in ogni dettaglio e il non aver pianificato tutto con l’anticipo di cui ho bisogno mi rende nervosa. Il cuore però in alcuni casi, come questo, ha la voce più forte del cervello e non ho potuto fare altro che ascoltarlo. Non per questo siamo disorganizzati e sappiamo benissimo cosa ci aspetta. Ci rimboccheremo le maniche e solo il fatto che saremo insieme mi fa pensare che ce la faremo.
Ultimamente mi guardo sempre attorno, accarezzando con lo sguardo queste pareti sapendo di doverle salutare a breve.

Di questa casa mi rimarrà un sonaglio a vento. Un giorno il Favonio, o Foehn come lo chiamano qui, me lo ha portato davanti alla porta di casa e con un filo spezzato, aggiustato in seguito con un nodo rimasto ben visibile. L’ho appeso in casa, vicino al letto. Le farfalle di metallo tintinnano ogni volta che mi alzo la mattina e quando mi corico la sera, dando il via alla giornata e augurandomi la buona notte. Il nodo m ricorda che possiamo continuare a tintinnare nella vita, anche dopo esserci fatti male.

Mi piace pensare che casa mia, quella che prima o poi sarà la definitiva, verrà composta da tutte le case che ho vissuto e dai loro ricordi. Finalmente non mi sentirò più di passaggio, sempre di corsa in una eterna sensazione di temporaneità. La immagino un po’ come un museo dei ricordi da mostrare e raccontare; per questo motivo li porto appresso con grande cura.

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