Diario della quarantena

Il letargo del riccio

Per me l’arrivo della primavera è sempre stato scandito da tre piccoli ma bellissimi indizi.
Il primo mi viene dato dalle rondini, che all’ora di cena ricominciano a danzare e a cantare, felici delle giornate che si allungano. Hanno la capacità di trasmettermi serenità e tranquillità, la loro presenza diventa una coccola dopo una giornata stancante, mi riportano a quelle cene in famiglia piene di risate e abbracci.

Il secondo è l’arrivo delle violette. Nascono da un giorno all’altro, improvvisamente riempiono i prati e gli angoli delle aiuole. Spuntano in silenzio nel buio della notte, quasi come se tutto d’un tratto avessero avuto fretta di mostrarsi al sole. Crescono in gruppo, e fanno venire voglia della compagnia degli amici fino a tarda notte.

L’ultimo segno dell’arrivo della primavera è sempre stato il risveglio del riccio nel giardino dei miei genitori. Me ne accorgo sempre per caso, la sera, quando nel silenzio mi distendo sul dondolo sotto il ciliegio. Mi avvisa del suo arrivo frugando tra le foglie, e capisco subito che è lui, che insieme alle rondini e alle violette è tornato per salutare la primavera.

Quest’anno è diverso. Vedo dalla finestra il sole alto e le giornate allungarsi, sento l’aria calda, ma non ci sono rondini in questo soffitto, non ci sono violette negli angoli di queste quattro mura.

Come il riccio aspetto, perché questa quarantena è come un inverno che non finisce.
Lui non può vedere, mentre dorme tra le radici del ciliegio, che l’albero è già in fiore.

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