Diario della quarantena,  Diario di vita

Di nuovo immobili

Oggi il cielo è grigio. Per la mia famiglia, si tratta di una ricorrenza dolorosa e il cielo accompagna il nostro umore.
Però quest’anno per me la tristezza fa spazio all’immobilità.
Eccoci, di nuovo qui, immobili, ad aspettare chiusi in casa. Eccoci, ancora una volta, bloccati in questo incubo che sembra non volersi fermare.
In questa casa ancora arruffata, senza internet e senza televisione, con l’unica compagnia dello stereo e dei libri. I nostri sorrisi tesi non attraversano la stanza, non ci raggiungono come vorremmo.
“Cercate di non stare vicini” ci dice la dottoressa dall’altra parte della cornetta.
Va bene, il divano diventerà un secondo letto.
“Cercate di non condividere il bagno”. Beh, ne abbiamo solo uno, disinfetteremo i sanitari ogni volta.
“Cercate di non toccarvi”, lo faremo solo con gli sguardi.
“Dottoressa, ma quando faremo il tampone?”
“No, lei non lo farà. Il suo ragazzo verrà chiamato nei prossimi giorni, lei può solo aspettare e sperare”.
Cosa devo aspettare ancora e per quanto? Arriverò ad abituarmi di nuovo a dormire sola e a non sentire la mancanza di un contatto umano? Dovrò tornare di nuovo un alieno, come qualche mese fa?
Per fortuna siamo insieme, forse però così è ancora tutto più difficile.

Stamattina mi si è stretto il cuore nel vedere il tuo lato del letto vuoto, vederti dormire sul divano.
“Ma sì amore, freghiamocene. Tanto sto chiusa qui con te, abbracciamoci e dammi il bacio del buon giorno” volevo dirti. “Non possiamo” mi avresti detto e non te l’ho fatto dire. “Magari siamo fortunati” avresti aggiunto “Magari non ci tocca, o tocca solo a me”.
Io lo vedo il tuo sguardo, sei annoiato, pensieroso, arrabbiato.
Cerchiamo di passarci il tempo come possiamo, io cucino, tu leggi. Io scrivo, tu ascolti musica.
Ci guardiamo un film ogni tanto, tu dal divano, io sul tappeto, un po’ distanti.
Sembra come quando anni fa, prima che iniziassimo a frequentarci, davanti ai nostri amici facevamo finta di non piacerci; solo che adesso ci siamo solo noi due.

Ad ogni squillo del tuo telefono sobbalziamo, con un gesto ti chiedo se finalmente sono loro, se finalmente ti fanno fare questo maledetto tampone.
“Ciao mà, no ancora nessuna novità” ti sento dire e io sprofondo di nuovo nel mio libro.
“Sì, lo so ma che ci posso fare? Sì sì, siamo attenti. Ciao, ci vediamo”. Un copione che si ripete da tre giorni, tre lunghi giorni che sembrano un mese.

Me lo hai detto di pomeriggio, con un messaggio.
“Amore, stai tranquilla ma da domani sarò a casa. Devo fare un tampone, ora cerco di capire, appena so qualcosa ti dico. Non c’è ancora nulla di ufficiale, tu stai calma e chiamami appena puoi”.
“Dimmi che è uno dei tuoi scherzi idioti” ti ho chiesto con un soffio.
“Stai tranquilla, è una formalità” più mi dicevi di stare tranquilla più capivo che ad agitarti eri tu.
Col cavolo che è una formalità, è una roulette russa la tua, la nostra.
“Tanto siete giovani” ci ripetono tutti. Va bene, allora, possiamo essere positivi. Possiamo non preoccuparci di chi abbiamo visto di recente, del nostro lavoro, della mia asma, dei nostri progetti delle prossime settimane. Diamo pure per scontato che siamo forti, resistenti, immuni.
“Al massimo vi fate un po’ di vacanza” ci ha detto qualcuno.
Sì, una bella vacanza stando fermi nel tempo, mentre il resto del mondo si muove e fa finta di niente.

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