Quando l’ho scelta mi è subito piaciuta, anche se la sua finestra non si affaccia su niente. È sommersa dai palazzoni alti e grigi, che sono tutti uguali e tristi.
Lei invece è una miniatura nascosta, gialla e verde.
Le persiane sono grigie, ma è un grigio strano, con una leggera sfumatura azzurra. Un po’ come il cielo quando è indeciso sul da farsi.
Per entrarci devo usare tante chiavi, e non è sempre facile ricordarsi quali usare.

Quando l’ho scelta stavo cambiando vita, come succede spesso alla mia età. Ogni passo è un cambiamento, ogni decisione diventa una direzione.
Quando l’ho scelta, non ci ho dovuto pensare molto, perché mi assomigliava. Piccolina, un po’ vuota ma carina, da decorare.
È stata più un’esigenza che un desiderio, avevo bisogno di uno spazio tutto mio, che potesse abbracciarmi e accogliere tutti gli anni passati in questa città. Avevo bisogno di poter pensare a dove stavo andando, a dove volevo arrivare.

Però non l’ho mai amata veramente, fino ad oggi.

Ogni casa che ho abitato mi ha lasciato tanti ricordi, alcuni divertenti, alcuni arrabbiati, alcuni un po’ tristi. Ogni appartamento che ho abitato mi ha regalato nuove amicizie ed emozioni.
Tra pochi mesi me ne andrò e pensavo che lei non mi avrebbe lasciato niente, ed era un piccolo dispiacere per me perché mi sentivo in colpa a lasciarla così, senza averle donato nessun cassetto significativo nella memoria. Essere una buona casa è un compito difficile, una responsabilità che ritenevo troppo grande per lei, piccola così.

Le settimane scorse l’ho anche odiata, l’ho vissuta come una prigione soffocante, fredda, senza colori. Non vedevo più il giallo delle pareti, il verde delle piante e le persiane avevano perso il tocco azzurro del cielo. Mi sembrava grigia come tutte le altre.

Oggi però, non so perché, la vedo con occhi nuovi. Ho capito che, nonostante l’abbia abitata per meno tempo rispetto alle altre case di Torino, l’ho vissuta di più e finalmente ho imparato ad amare anche lei. Le sue mura umide mi hanno tenuta compagnia, il soffitto bianco mi ha vista piangere, ridere, amare. La cucina senza finestra mi ha osservata cucinare per me stessa come se stessi partecipando ad una gara, il letto così grande mi ha fatto da zattera in questo mare mosso. Il pavimento ha assecondato i miei passi e i miei balli pazzi e rumorosi.
Mi ha vista come sono da sola, senza l’obbligo di mostrare la mia versione migliore.

Non poteva che essere lei, una casa piccola così, il mio rifugio di questi giorni lenti.
Adesso lo so, il giorno che chiuderò per l’ultima volta le sue porte, con quelle quattro chiavi che confondo sempre, mi si stringerà il cuore e mi chiederò, di nuovo, se sto facendo i passi giusti.

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