Diario della quarantena

Alveare

Mi ricordo di una volta in macchina con i miei genitori, da piccola. Eravamo in giro per la città e io dal finestrino guardavo i palazzi alti che ci circondavano. Non mi piacevano, li vedevo come enormi alveari ma più freddi. Ricordo di averli pensati come delle prigioni con tante celle. Mi sembrava totalmente innaturale che l’essere umano potesse vivere proprio lì, inscatolato in spazi così piccoli e uguali tra loro, senza nemmeno un prato o un albero su cui poggiarsi.
Come delle piccole api gli abitanti dei condomini compivano tutti gli stessi gesti, uscivano negli stessi orari, vestivano con abiti uguali tra loro.
Venendo a Torino ho iniziato ad abitare in questi alveari e devo dire che mi sono adattata facilmente. Alla fine, l’ho capito ben presto, ciò che in realtà fa casa è il colore della luce, le persone che la abitano, l’affetto che pervade le mura e le ossa, il profumo della cena.
Adesso però, a distanza di anni, ritrovo di nuovo quella sensazione di soffocamento. Se prima era un’impressione durata solo un viaggio in macchina, da spettatrice, ora invade tutto il mio corpo, mi ci trovo dentro da settimane e non riesco a scrollarmela di dosso.
Le nostre case sono diventate delle prigioni. Ciò che è fuori possiamo solo immaginarlo, pensarlo ma non più viverlo. Tutto ciò che potevamo conservare lo abbiamo portato dentro, lo abbiamo rinchiuso insieme a noi in queste mura senza sapere quando potremo uscire per riprenderci il “fuori” che ci spetta.
Vorrei al più presto che i nostri appartamenti tornassero ad essere il luogo dove stiamo bene, il posto dedicato alla nostra intimità, dove poter lasciare fuori tutto ciò che non c’entra nulla con la famiglia, l’amore, l’amicizia.
Anche se non ha un prato, anche se è uguale a tanti altri, non vedo l’ora di tornare a considerare questo posto una casa e non più una gabbia. Vorrei avere di nuovo una netta divisione tra l’esterno e l’interno, vorrei rimettere in ordine i miei luoghi che adesso sono sparpagliati, alcuni persi chissà dove, altri un po’ mescolati tra loro.
Vorrei poter attraversare questa porta ogni volta che lo desidero e decidere io dove fermarmi.

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