Diario della quarantena,  Informazione

14 agosto 2018

È come se fosse ieri.
Ho ancora addosso la sensazione di smarrimento che ho provato quel giorno. Abbiamo ricevuto una telefonata mentre i telegiornali ancora non ne parlavano. Tutto andava a rallentatore, il cuore era fermo e continuavamo a gridare che non poteva essere. Cercavamo freneticamente delle immagini in televisione, non potevamo crederci.
“Giulia” mi disse mia mamma “papà è al telefono con lo zio. Lo ha visto. È crollato. È crollato il ponte!”
Nella mia mente li ho pensati tutti. Il ponte che attraversavo per andare a scuola, sopra la ferrovia? L’antico ponte di S. Agata, che sta in piedi per miracolo?
“Quale ponte mamma, quale?”
Nei suoi occhi vedevo il terrore, era successo qualcosa di grave.
Ha spalancato le braccia, per dire che si trattava di una cosa troppo grande da esprimere con le parole “Il ponte! Il ponte amico!”.
Si tratta del nome che gli avevamo dato i miei fratelli ed io da bambini, perché quando andavamo in vacanza ci salutava augurandoci di divertirci e quando tornavamo era lì, ad aspettarci e a dirci che eravamo i benvenuti a casa.

Penso che ogni genovese, nell’apprendere la notizia abbia sentito il pavimento crollare e il cuore saltare in gola, proprio come se il corpo avesse voluto emulare quella caduta, come se ognuno di noi fosse sopra il ponte Morandi.
Sapevamo che non era solo la caduta tragica di un simbolo della città, ma che era la fine di tante vite.
“No no no!” continuavo a dire, coprendomi la bocca e piangendo.
Dopo qualche minuto di vuoto abbiamo telefonato a tutte le persone che ci venivano in mente: parenti, amici, conoscenti. Per fortuna risposero tutti, nessuno sapeva ancora nulla.
Dopo una mezz’ora abbondante la notizia si era diffusa e a quel punto ero io a ricevere le telefonate degli amici fuori Genova.
Una di loro quel giorno voleva passare a trovarmi, voleva farmi una sorpresa prima di andare al mare e avrebbe dovuto attraversare il Morandi proprio a quell’ora. Me lo ha detto solo dopo, per fortuna aveva deciso di fare una deviazione.
Ammetto con un po’ di rammarico che ero abituata a quel tipo di telefonate, me le aspettavo e sapevo già come rispondere ai messaggi e come tranquillizzare gli amici. Le alluvioni degli anni precedenti mi avevano tristemente allenata.
Ho passato la giornata letteralmente attaccata alla televisione, mi sentivo impotente e questo mi faceva soffrire. Dopo le esondazioni potevamo correre in strada ad aiutare ma quel giorno non ci si poteva muovere. Non era nemmeno necessaria la donazione del sangue, non serviva a nessuno.
La sera, quando sono andata a letto ho continuato a guardare la diretta dal cellulare. Stavo col fiato sospeso, cercavano una famiglia, speravo.
Forse mi sono immedesimata nelle zie disperate, ma quella notte ho pianto a dirotto e non ho chiuso occhio, piango ancora adesso mentre scrivo. Non oso immaginare cosa devono aver visto e provato in quei pochi secondi. L’unica cosa che continuo a pensare è che non è giusto, non è giusto.

Il 14 agosto di due anni fa è crollata tutta Genova, siamo caduti tutti noi.

Da oggi c’è un nuovo ponte ad unire la città. Avremmo voluto essere lì, ma anche questa volta non abbiamo potuto.
Il vuoto che si stagliava in quel cielo ora è di nuovo colmo e non possiamo vederlo.

Dicono che Genova insegna, che Genova si rialza fiera. Sapete, non è una novità. I genovesi sono un popolo con la pelle dura e le mani grandi, persone instancabili e solidali.
Sì, Genova è un esempio ma non per le altre città, non per gli altri cittadini. Non hanno bisogno di guardare noi, sono sicura che avrebbero reagito allo stesso modo. Lo dimostra la solidarietà che ci hanno sempre rivolto.
Genova deve essere un modello non per chi sta con noi ma per chi sta sopra di noi. Un esempio di errori, di buchi, di crolli, di frane.

Genova è un esempio di qualcosa che fa acqua da tutte le parti.

Quando sento dire che la mia città ci deve spronare per ripartire insieme, mi viene da chiedermi: “Insieme a chi?”
Perché noi siamo già tutti insieme. Abbiamo ponti che ci uniscono, allunghiamo la mano dai balconi verso il vicino per non farlo sentire solo.
Noi non creiamo situazioni che generano stragi.
Tra di noi ci sono persone che hanno scavato tra le macerie, operai che hanno ricostruito, esperti che hanno prestato il proprio supporto psicologico a chi è stato profondamente colpito.
Non abbiamo bisogno che una città sia di esempio per le altre, perché questi esempi portano solo dolore, sono strazi che vorremmo evitare. La forza di rialzarsi l’Italia ce l’ha già.
Vogliamo però essere un esempio per voi che state in equilibrio sopra le nostre teste, perché sappiate che se cadere è facile per noi, lo è anche per voi.

Oggi avrei voluto essere lì, osservare il ponte dall’alto di Coronata e immaginare che questo nuovo paesaggio, terribile ai miei occhi, sarà invece per le generazioni future qualcosa di familiare.
Sarà il Ponte Amico dei miei nipoti e dei miei figli e mi auguro con tutto il cuore che non provino mai quello che abbiamo provato noi vedendolo sbriciolarsi inerme insieme alle nostre certezze, che non debbano mai guardare il cielo quando piove con la stessa preoccupazione che abbiamo noi.

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *